Separazione e divorzio: l'importanza della genitorialità

Disturbo post traumatico da stress - Dott.ssa Anna RossiPsicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

“Non esiste un unico tipo di famiglia, ne esistono a centinaia a seconda del contesto geografico, sociale e culturale. Quel che dobbiamo chiederci non è qual è la famiglia ideale, piuttosto come riuscire a essere bravi genitori, indipendentemente dalla forma famigliare”
- Salvador Minuchin

Sono passati ormai diversi anni da quando, in ambito psicologico, la famiglia ha cominciato a essere concepita non tanto come insieme di individualità o di diadi, quanto piuttosto come rete di relazioni. In questa prospettiva si è cercato di comprendere le dinamiche familiari sulla base del modo in cui i membri del nucleo familiare interagiscono reciprocamente tra loro. Sebbene resti di indubbio valore il principio secondo cui i legami che i bambini stabiliscono con le loro madri siano unici e non paragonabili agli altri legami che sorgono nel corso della vita, sempre maggiore attenzione è stata nel tempo indirizzata al sentimento che il bambino è in grado di sviluppare nei confronti dell’intera famiglia. Ciò è particolarmente rilevante se pensiamo a come un minore possa vivere un evento così importante quale la separazione dei genitori. Gli effetti della separazione sul minore non sono necessariamente così negativi come verrebbe immediato pensare, soprattutto quando la vita familiare è stata fino a quel momento caratterizzata da alti livelli di conflittualità espressa. In questi casi la separazione può infatti rappresentare per il minore un’opportunità per recuperare relazioni più serene e supportive con i genitori.

Il compito evolutivo che la famiglia separata deve affrontare consiste dunque nella riorganizzazione delle relazioni familiari, sia a livello coniugale sia a livello genitoriale. Su questi presupposti è semplice comprendere come per i professionisti che accompagnano le famiglie nei processi di separazione e divorzio assuma una rilevanza centrale il favorire la cogenitorialità, ossia quella regolazione reciproca di interazioni, comportamenti e affetti in una più equilibrata funzione genitoriale e nel rispetto dei bisogni di crescita del figlio. Ciò a sua volta implica il non sempre facile compito, da parte dei coniugi, di elaborare e superare la frattura coniugale, di porre fine a escalation simmetriche e di non favorire la formazione di coalizioni instabili in cui ciascuno, più o meno esplicitamente, chiede ai figli di parteggiare per sé contro l'altro.

Anche in ambito legislativo, nel momento in cui ci si volge a salvaguardare l’interesse del minore, la cogenitorialità viene a essere considerata come una dimensione diversa e sovraodrinata rispetto quella coniugale. Numerosi studi hanno infatti evidenziato come sia il comportamento coparentale ad avere maggiore influenza sullo sviluppo dei figli rispetto a quello coniugale. Coniugalità e cogenitorialità non sono dunque tra loro sovrapponibili, pur esplicandosi all’interno dello stesso sistema familiare: se infatti la dimensione di analisi del comportamento coniugale è diadica (coniugi), quella del comportamento genitoriale è triadica e, quindi, più complessa.

Parlare di cogenitorialità richiede di prendere in considerazione diverse dimensioni:

  • - Comportamenti relativi alla promozione dell’integrità familiare e alla cooperazione reciproca
  • - Comportamenti conflittuali e rivolti a ridurre la credibilità dell’altro partner agli occhi del figlio
  • - Concordanza/discrepanza nel grado di coinvolgimento e nel livello di potere genitoriale
  • - Quantità e qualità delle comunicazioni verbali e non verbali tra i genitori quando interagiscono da soli e/o in presenza dei figli
  • - Triangolazione funzionale o disfunzionale dei figli
  • - Percezione nei genitori della qualità dell’alleanza parentale
  • - Supporto reciproco

Tali dimensioni possono essere rintracciate in forme di comportamento esplicite e chiaramente osservabili all’interno del sistema familiare, come nel caso di comportamenti ostili reciprocamente espressi dai genitori in presenza dei figli, o in forme più sottili di interazione, come ad esempio comportamenti di squalifica dell’altro genitore nel momento in cui uno dei due è da solo con il figlio. In casi come quest’ultimo, seppure il minore risulti preservato dal potere destabilizzante di una forte conflittualità espressa tra i genitori, viene a essere intaccato il senso di fiducia che lo stesso ha nei confronti della famiglia quale ambiente sicuro e improntato a trasparenza, solidarietà, supporto, comunanza di propositi e collaborazione tra i membri. Inoltre l’esposizione a continui messaggi contraddittori provenienti dal sistema cogenitoriale, come nel caso in cui ognuno dei due cerca di imporre la propria visione, genera nel minore uno stato di confusione e disorientamento tale da ripercuotersi negativamente sull’acquisizione di capacità di autoregolazione.

Maccoby, Buchanan, Mnookin e Dornbusch (1993) hanno rilevato tre diversi pattern di relazione cogenitoriale dopo il divorzio:

  • pattern cooperativo: i genitori si confrontano quotidianamente su questioni relative al figlio, si coordinano reciprocamente per dare risposta ai suoi bisogni, non si squalificano e si supportano nella funzione genitoriale;
  • pattern disimpegnato: entrambi i genitori mantengono un legame con il figlio senza essere tra loro in contatto e in relazione; il figlio vive il sistema familiare come frantumato in due mondi separati e non connessi tra loro;
  • pattern ostile: i genitori hanno una relazione di tipo ostile e conflittuale, e tale conflittualità viene agita nell’ambito del rapporto con i figli.

Gli stessi autori hanno inoltre evidenziato come il malessere psicologico dei minori sia tanto maggiore quanto più questi vivono l’abbandono, subiscono l’allontanamento di uno dei due genitori, si sentono contesi e sottoposti a prove di lealtà con l’uno o l’altro genitore. Inoltre la presenza di conflittualità tra i genitori, esplicitata all’interno del sistema genitoriale, coinvolge spesso il minore in dinamiche relazionali che non gli consentono di godere appieno delle relazioni con entrambi i genitori e, nel peggiore dei casi, a fare una scelta tra loro.

In condizioni opposte a quelle descritte, ossia quando esiste una buona qualità della relazione genitoriale, il minore ha l’opportunità di superare con maggiore facilità il trauma della separazione e di sviluppare adeguate competenze sociali quali cooperazione, espressione di sentimenti positivi, strategie di risoluzione del conflitto. Numerose ricerche hanno evidenziato come quando in situazioni di separazione gli adulti continuano a comunicare e cooperare nella funzione educativa, essi facciano meno ricorso a dispute legali. Ahrons (1981) parla di “divorzio psichico” per indicare l’esito di un processo di elaborazione della perdita relativa alla separazione, che porta gli ex coniugi a negoziare una nuova forma di relazione reciproca. Quando ciò avviene anche per il minore è più semplice fronteggiare il vissuto di perdita, potendo far riferimento ad entrambi i genitori in modo sereno e senza ricatti.

In ogni caso la separazione e il divorzio non vanno intesi quali eventi puntiformi, ma come processi graduali che richiedono di operare una riorganizzazione sul piano coniugale, genitoriale e sociale. Un processo che, tappa dopo tappa, richiede di elaborare in modo corretto le proprie emozioni e di raggiungere il divorzio psichico.

Bohannan (1973) ha individuato le seguenti fasi della separazione:

  1. divorzio emotivo: è antecedente alla richiesta di separazione e si caratterizza per il deterioramento della relazione di coppia che, oscillando tra momenti di conflitto e momenti di riappacifiazione, alla fine porta a una cronicizzazione del conflitto. In questa fase la relazione coniugale comporta per i partner più svantaggi che vantaggi;
  2. divorzio legale: in questa fase uno o entrambi i coniugi contattano un legale. Generalmente questa fase si caratterizza per la presenza di sentimenti ostili e comportamenti punitivi.
  3. divorzio genitoriale: è in questa fase si sostanzia il passaggio dalla coniugalità alla cogenitorialità attraverso una riorganizzazione delle funzioni genitoriali. Questo passaggio può essere contraddistinto dall’esplosione di conflitti e tensioni, spesso riguardanti gli aspetti economici e la gestione dei figli.
  4. divorzio dalla comunita’: anche i legami esterni ma comuni alla ex coppia cominciano a essere ridefiniti (famiglia d’origine dell’ex coniuge e gruppo di amici), contribuendo in alcuni casi ad alimentare sentimenti di perdita.
  5. divorzio psichico: i due ex coniugi cominciano a riprogettare la propria vita intorno alla loro individualità piuttosto che alla relazione con il partner.

Bibliografia

Ahrons C.R., “La mediazione familiare: per una regolazione della conflittualità nella separazione e nel divorzio”, ed. Giuffrè, Milano

Gulotta G. , Cigoli V. , Santi G., Separazione, divorzio e affidamento dei figli, Giuffrè Ed. 1997

Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A., Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, Il Mulino Ed. 2002


Dott.ssa Anna Rossi
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

Dott.ssa Anna Rossi
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

Iscritta dal 2007 all’Albo degli Psicologi della Regione Calabria n. 1052
Laureata nel 2005 in Psicologia, indirizzo psicologia del Lavoro
P.I. 02638050803

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