Gruppo, corpo e teatro in terapia.

IL GRUPPO IN TERAPIA: DALLA RELAZIONE CON L’ALTRO ALLA RELAZIONE CON GLI ALTRI

Dott.ssa Anna RossiPsicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

“Non ci sono estranei, solo amici che non hai ancora incontrato”
- William Butler Yeats

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (Dimaggio, Popolo, Salvatore, 2013) mira a promuovere nel paziente un miglioramento della metacognizione o, se preferiamo, una maggiore consapevolezza circa gli schemi interpersonali che guidano la sua azione nel mondo. Nel corso della terapia il paziente impara a vedere come sono proprio quegli schemi, quelle rappresentazioni Sé/Altro, ad aver generato le strategie di coping cui fa ricorso in modo automatico per proteggersi dalla sofferenza. Una sofferenza già sperimentata nel corso della sua esperienza, codificata in memoria nella forma di informazioni e rappresentazioni su di sé e sul mondo che, spesso, hanno perso vividezza dal punto di vista sensoriale e immaginifico (Brewer, 1986). Nel corso della terapia il paziente comincia gradualmente a comprendere la disfunzionalità di tali strategie che, se da un lato lo tengono lontano dal dolore, dall’altro non gli consentono di sperimentare e di appropriarsi di nuove prospettive. Ed è proprio in relazione a questo punto che la Terapia Metacognitiva Interpersonale prevede, in parallelo all’operazione di smantellamento degli schemi disfunzionali, la generazione di nuovi modi di stare al mondo. Più autentici e meno vincolati alle esperienze codificate nella memoria implicita. Una fase che prende il nome di Promozione delle parti sane di sé e che si avvale spesso di tecniche immaginative per far sì che l’esperienza, rivissuta nel qui e ora dello spazio terapeutico, e l’arousal a essa associato diano vita nuovi apprendimenti e nuove rappresentazioni. Un modo per prendere contatto e dare spazio a nuove parti di sé; a nuovi modi di stare dentro di Sé e con l’Altro.

Può capitare però che alcuni pazienti, per esempio quelli con tratti evitanti, abbiano nel corso della terapia avuto accesso a tali consapevolezze, esplorato nuovi schemi e nuove modalità di fronteggiamento dei vissuti problematici, ma che al contempo non riescano a utilizzare questi nuovi apprendimenti in un contesto sociale allargato. Se è vero che quanto sperimentato nello spazio terapeutico, in termini di esperienze correttive, diventa risorsa personale da portare nel mondo, è vero anche che l’aspetto duale della relazione terapeutica può lasciare il paziente impreparato nel confronto con un contesto plurale, e quindi decisamente più ansiogeno, quale quello di gruppo. Tra l’altro una grande mole di lavori nell’ambito della psicologia dei gruppi ha messo in luce come i funzionamenti di coppia e di gruppo siano caratterizzati da processi psicologici, emotivi e sentimenti di potere (Spatro, 1984) - inteso come capacità del singolo di fare ed essere - del tutto diversi dal punto di vista qualitativo. Spaltro definisce queste modalità di funzionamento “culture”, evidenziando come il passaggio da una cultura di coppia a una cultura di gruppo non sia immediato né tantomeno scontato: possiamo trovarci in gruppo e continuare a comportarci secondo una cultura di coppia e viceversa. La coppia dà sicurezza al prezzo della limitazione della libertà personale. La coppia necessita della dipendenza, dell’accordo intorno a una verità ultima e assoluta, della fedeltà e del conformismo; teme il conflitto e per questo circoscrive la possibilità di espressione dell’individuo a uno spazio di tolleranza abbastanza limitato. Il gruppo invece apre al confronto con la pluralità, una pluralità di posizioni, punti di vista e verità. Tutte plausibili e non reciprocamente escludentisi. Per questi motivi il gruppo produce incertezza, ansietà, ma aumenta la libertà di azione e di espressione del singolo. Il gruppo apre al confronto con gli Altri, e non solo con l’Altro, consentendo di ri-conoscere e sperimentare la pluralità interna.

In tutti questi casi il gruppo può quindi rappresentare per il paziente quella zona di interfaccia capace di farlo approdare gradualmente dalla coppia terapeutica al sociale.

Uno strumento terapeutico da affiancare al lavoro individuale al fine di:

  • Fornire uno spazio di condivisione sicuro in cui potersi esporre e poter sperimentare nuovi modelli di relazione plurale.
  • Facilitare l’aumento della consapevolezza di sé e l’acquisizione di nuove abilità sociali attraverso i feedback e i continui rispecchiamenti che la condivisione di gruppo consentono.
  • Facilitare il recupero di memorie problematiche e l’autoriflessività su queste attraverso una narrazione che non escluda, ma sappia integrare consapevolmente, il corpo.
  • Facilitare, attraverso una serie di esercizi corporei all’inizio di ogni sessione, l’allentamento di quelle tensioni muscolari che riflettono e mantengono un modo di stare e rappresentarsi nello spazio costrittivo e limitante.
  • Promuovere la creatività e l’espressività individuale attraverso l’utilizzo di tecniche drammatiche che, all’interno di uno spazio ludico e sicuro, possono condurre i pazienti a fare nuove esperienze del mondo e di parti sane di sé.

IL SÉ IN AZIONE: IL VALORE DELLE TECNICHE DRAMMATICHE IN TERAPIA

Dott.ssa Anna RossiPsicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

“L'attore non recita le parole ma i sentimenti,
ché la parte è fatta non di parole ma del sottofondo affettivo:
è quella la parte nascosta da scoprire dell'attore.”
- Stanislavskij K. S.

Nel gruppo, specie nelle fasi iniziali, la presenza del terapeuta consente agli individui di sentirsi al sicuro in mezzo agli altri, in uno spazio con regole e confini ben definiti. Di conservare la certezza che eventuali criticità sul piano emotivo e relazionale troveranno contenimento nella sua presenza. In altri termini il terapeuta avrà la funzione di stimolare e monitorare costantemente il livello di emotività sperimentata dai singoli, facendo in modo che questo non si spinga troppo al di fuori della loro finestra di tolleranza (Siegel, 2013). Gradualmente il terapeuta e la sua funzione di contenimento passeranno sullo sfondo, in modo da consentire ai membri di interagire tra loro in maniera più intensa e con maggiori livelli di autonomia, andando così ad ampliare il range delle esperienze emotive che sono questi sono in grado di tollerare senza perdere la mastery. (Siegel, 2013).

Il potenziale trasformativo del gruppo era ben noto a Lewin che, con la Teoria di Campo, inteso come la “totalità di fenomeni psicologici che agiscono in reciproca interdipendenza” e che “determinano il comportamento di un individuo in un certo momento”, ebbe il merito di dare valore e risalto al qui e ora dell’interazione. Un qui e ora in cui, con pari dignità, le rappresentazioni, i vissuti, le memorie e le emozioni del singolo possono alloggiare con l’attuale situazione di interazione. Un sistema di interdipendenze che modifica l’individuo e che, grazie a lui, si modifica.

Anche Moreno utilizzò il gruppo come strumento per l’esplorazione e la trasformazione di Sé. A differenza di Lewin però, egli utilizzò il gruppo non tanto per promuovere negli individui una maggiore sensibilità circa ciò che avviene nello spazio di interazione, quanto piuttosto per rielaborare vissuti problematici. Nello psicodramma moreniano l’individuo ha la possibilità di rivivere e osservare le sue esperienze problematiche non solo dall’interno, come protagonista, ma anche dall’esterno, come spettatore. Dopo una iniziale fase di riscaldamento necessaria per attivare quello che Moreno definiva “processo della spontaneità”, comincia il gioco psicodrammatico. Le esperienze passate dell’individuo vengono drammatizzate attraverso variazioni, scambi di ruolo, sviluppi possibili. Mettere in scena un vissuto consente di non limitarsi al suo racconto, ma di “mostrarlo” bypassando il controllo razionale dell’esperienza e lasciando spazio all’azione con i suoi annessi emotivi e somatici. Riportando il paziente in situazione e favorendone l’autoriflessività. Il gioco psicodrammatico consente quindi di prestare attenzione a sfumature dell’esperienza vissuta che, per dirla alla gestalt, erano rimaste sullo sfondo della sua narrazione. Infine nella fase di condivisione i partecipanti si scambiano osservazioni e intuizioni su quanto sperimentato, facendo collegamenti tra ciò e i propri vissuti personali. È proprio in questo modo, attraverso un processo di rispecchiamenti reciproci, che il gruppo diventa cassa di risonanza per il singolo.

In un certo senso, in riferimento al concetto di spontaneità, lo psicodramma cerca di promuovere quella sintonizzazione mente corpo che, al di fuori dell’ambito psicologico e terapeutico, ha ispirato il lavoro di ricerca di Stanislavskij. Il maestro russo riteneva infatti che la credibilità scenica non potesse essere indipendente da un intimo lavoro di interpretazione e rielaborazione da parte dell’attore del vissuto emotivo che fa da sottotesto al messaggio che si vuole trasmettere. Due sono per Stanislavskij (1999) i processi alla base dell'interpretazione. Il primo è quello della personificazione, che mira a favorire l’espressività corporea e la creatività a partire dal rilassamento muscolare perché, come lo stesso sottolineava, “la tensione dei muscoli lega la vita psichica dell’uomo”. Una volta che nell’attore si è prodotta quella coerenza mente corpo, egli può affacciarsi a esplorare e sperimentare il mondo interiore del personaggio. È una fase, questa della reviviscenza, che richiede di prestare attenzione a quello che accade nell’incontro con il personaggio, rifuggendo i clichés e abbandonando le sovrastrutture mentali. È proprio così he l’attore riuscirà a non rendere l’interpretazione un mero esercizio di finzione, quanto piuttosto l’occasione per donare al personaggio una parte autentica di sé. Se nel metodo Stanislavskij gli attori lavorano per essere autenticamente vivi in scena, l’utilizzo di tecniche drammatiche in terapia ha lo scopo di aiutare il paziente a tirare fuori il suo autentico personaggio e a mostrarlo finalmente al mondo con ogni parte di soma perché, come il maestro insegnava, “tutto ciò che non è ri- vissuto resta inerte, meccanico ed inespressivo”.

IL CORPO CHE GUARISCE

Dott.ssa Anna RossiPsicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

“Essere pieni di vita significa respirare profondamente,
muoversi liberamente e sentire con intensità.”
- Stanislavskij K. S.

Il metodo Stanislavskij, come d’altronde lo psicodramma moreniano, apre una parentesi sul lavoro corporeo. Gallagher sottolineava come possedere piena consapevolezza del proprio corpo e di tutte le sue parti è uno degli aspetti da cui si alimenta la coscienza di Sé. Due sono gli aspetti da menzionare a tal proposito. Uno è quello di schema corporeo, che riguarda l’esperienza tacita e implicita che abbiamo del nostro corpo per mezzo della propriocezione (Gallagher & Zahavi, 2009). L’altro è quello di immagine corporea, che significa guardare in terza persona al proprio corpo considerandone le forma, dimensione e taglia e i sentimenti che questi ci suscitano. Il ruolo del corpo e dell’autoconsapevolezza corporea nel poter determinare un cambiamento degli stati mentali è stato negli utili anni oggetto di grande attenzione nel campo delle neuroscienze e della neurobiologia. Possiamo a tal proposito citare i lavori della Ogden (2013) che mettono in evidenza come esperienze traumatiche tendano a essere rivissute a livello sensomotorio, influenzando il modo in cui le persone percepiscono se stesse, l’ambiente e la loro interazione. La terapia sensomotoria presta pertanto attenzione non tanto al significato che le persone attribuiscono alla loro esperienza, quanto piuttosto al modo in cui le sensazioni, le posture e i movimenti memorizzati condizionino i loro stati mentali, i contenuti e l’organizzazione delle loro narrazioni. Su tali premesse il lavoro terapeutico si volge quindi alla promozione dell’ autoconsapevolezza e dell’autoregolazione del corpo.

Ma l’attenzione al corpo, all’imprescindibile unità somatopsichica, ha una storia ben più antica nel campo delle scienze psicologiche. Lowen, allievo di Reich, aveva assegnato alla bioenergetica il compito di restituire dignità al corpo affinché, più che come semplice aggregato di organi, potesse essere vissuto come sede delle emozioni e delle funzioni mentali, centro di connessione con l’ambiente. Così per Lowen un corpo libero da contrazioni muscolari, agile ma ben radicato al suolo, è un corpo che consente all’individuo di recuperare espressività e vitalità, di rimanere in contatto con il proprio Sé mentre fa esperienza.  


Bibliografia

  • Brewer, W. F. (1986). What is autobiographical memory?. In D. Rubin (Ed.), Autobiographical memory (pp. 25-49). Cambridge: Cambridge University Press.
  • Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale. Raffello Cortina, Milano.
  • Gallagher, S., Zahavi, D., (2009) La mente fenomenologica. Raffaello Cortina, Milano.
  • Lowen, A. (1994) Arrendersi al corpo. Astrolabio, Roma
  • Ogden, P., Minton, K., PainPer, C., (2013) Il trauma e il corpo. Manuale di psicoterapia sensomotoria. Istituto di Scienze Cognitive Editore, Sassari
  • Siegel, D. (2013). Il Terapeuta consapevole. Guida per il terapeuta al Mindsight e all’Integrazione neurale. Istituto di Scienze Cognitive Editore, Sassari
  • Spaltro, E, (1984), Sentimento del potere. Bollati Boringhieri, Torino
  • Stanislavskij, K. S.,(1999), Il lavoro dell’attore sul personaggio; a cura di Guerrieri, G. Laterza, Roma-Bari

Dott.ssa Anna Rossi
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

Dott.ssa Anna Rossi
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

Iscritta dal 2007 all’Albo degli Psicologi della Regione Calabria n. 1052
Laureata nel 2005 in Psicologia, indirizzo psicologia del Lavoro
P.I. 02638050803

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