Relazioni di aiuto e rischio burnout

Relazioni di aiuto e rischio burnout - Dott.ssa Anna Rossi Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

Il problema dell'Umanizzazione dei servizi socio-sanitari è ormai ineludibile. Curare la persona e non solo la malattia richiede ai professionisti che hanno un contatto diretto con la persona in difficoltà di confrontarsi con sé e con l le proprie competenze sul piano psicologico e relazionale. Se, come si legge nel Lancet Editorial, “il benessere psico-fisico degli operatori sanitari dovrebbe avere la più alta priorità nella promozione della salute pubblica” è evidente come questo vada considerato un importante fattore di intervento per garantire qualità della vita al paziente.

In realtà nel corso degli ultimi decenni un numero crescente di ricerche sta evidenziando in modo documentato la diffusione di situazioni psicologiche critiche negli operatori delle professioni a forte contenuto socio-assistenziale, dove la relazione di cura è caratterizzata da forti aspetti emozionali ed implica il ricorso ad abilità personali in misura pari o addirittura superiore a quelle professionali.

Nelle helping professions l’esaurirsi delle risorse dell’operatore, nel tentativo di adattarsi alle difficoltà che scaturiscono dal confronto con le problematiche associate alla professione, viene designato con il termine di burn-out, traducibile in italiano come “bruciato”. La linea di demarcazione tra una condizione lavorativa normale, in cui siano presenti tensioni e fattori di stress, ed il burn-out non è netta. Per questo motivo appare più conveniente pensare al burnout come ad un polo di un continuum dinamico e modificabile nel tempo in ragione delle interazioni tra le diverse componenti chiamate in causa: caratteristiche individuali (introversione, bassa attitudine al lavoro d’équipe, tendenza a porsi obiettivi irrealistici, abnegazione al lavoro, concetto di se stessi come indispensabili) motivazione ed aspettative professionali, caratteristiche specifiche della professione ed aspetti organizzativi (ambiguità e conflitti di ruolo, sovraccarico di lavoro, mancanza di stimolazione, struttura di potere, turnazione e orario lavorativo retribuzione inadeguata).

Tra i sintomi del burnout a livello fisico troviamo stanchezza, irritabilità, cefalea, diarrea, inappetenza, nausea, alterazioni circadiane, crisi di affanno, crisi di pianto. Su un piano psichico invece la persona presenta uno stato di costante tensione, cinismo, senso di frustrazione e fallimento, ridotto interesse verso il proprio lavoro, reazioni negative verso familiari e colleghi, apatia, distacco emotivo.

L’insorgenza della sindrome del burnout negli operatori socio-sanitari segue generalmente quattro fasi, che possono essere sinteticamente descritte nel seguente modo:

  • entusiasmo idealistico: fase caratterizzata dalla presenza delle motivazioni che hanno indotto gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale (prendersi cura degli altri, svolgere un lavoro di prestigio, approfondire la conoscenza di sé, esercitare una forma di potere o di controllo sugli altri) accompagnate da aspettative di onnipotenza e successo generalizzato e immediato;
  • stagnazione: l’operatore si accorge che il lavoro non risponde del tutto ai suoi bisogni, passando così da un superinvestimento iniziale a un graduale disimpegno, dove sentimenti di delusione prendono il sopravvento determinando nell’operatore una chiusura verso l’ambiente di lavoro ed i colleghi;
  • frustrazione: i temi di pensiero ricorrenti sono quelli di non essere più in grado di aiutare nessuno, di inutilità e di non rispondenza del servizio ai reali bisogni dell’utenza. Ad aggravare questa situazione possono intervenite lo scarso apprezzamento da parte dei superiori e/o dagli utenti in relazione ad atteggiamenti aggressivi, di ostilità e distacco nei confronti delle persone su cui si lavora, e a comportamenti di fuga, quali a titolo di esempio esempio allontanamenti ingiustificati dal reparto, pause prolungate, frequenti assenze per malattia;
  • disimpegno emozionale: apatia e senso di impotenza avanzano, con ricadute sull’autostima e sull’interesse per la riuscita professionale.

Le cause della sindrome possono essere ricondotte essenzialmente a tre variabili principali:

  • eccessiva idealizzazione della professione di aiuto;
  • mansione frustrante o inadeguata alle aspettative;
  • organizzazione del lavoro in termini disfunzionali;

In relazione ai primi due punti dobbiamo tenere presente che l’operatore si trova a confrontarsi con problemi complessi, meno delimitabili e specifici di quelli tradizionalmente di pertinenza della medicina. Inoltre il loro intervento è spesso rivolto a persone con patologie gravi o croniche, non sempre curabili con successo e quindi guaribili, e con più o meno gravi limitazioni nell’accesso alla relazione. Da ciò deriva un ridimensionamento delle aspettative e una frustrazione delle attese riconducibili a una visione del lavoro sociale fortemente influenzata da una ideologia di tipo assistenziale.

Per il personale socio-sanitario le fonti di stress chiamano però in causa non solo il confronto con realtà tragiche, come la sofferenza o la morte del malato, ma anche aspetti ambientali e organizzativi, quali ad esempio il sovraccarico di lavoro, l’inadeguatezza delle strutture, l’impossibilità a gestire i propri compiti in modo adeguato, le difficoltà con i colleghi, la necessità di adattare la propria professionalità a compiti non sempre affini ai propri interessi o competenze, l’ottenere feedback relativamente al proprio ruolo svolto.

Se tra le cause possiamo menzionare la presenza di aspetti organizzativi, anche le conseguenze non sembrano limitarsi a una dimensione individuale, generando difficoltà a costruire un senso di soddisfazione a livello di gruppi di lavoro e di organizzazione. Il burnout si traduce infatti in una sorta di inibizione del pensiero, che rende più difficoltosa non solo la riflessione sulla propria identità e i propri vissuti emotivi, ma anche la comprensione della complessità organizzativa, dei modelli di relazione e della natura dei conflitti, minacciando di diffondersi “per contagio all’intera équipe e producendo una ricaduta in senso negativo sulla qualità del servizio erogato.

Le strategie per la prevenzione del burnout fanno riferimento sia all’individuo, che al contesto relazionale e organizzativo.

A livello individuale risulta importante che la persona impari a porsi degli obiettivi realistici, a spezzare la monotonia del lavoro, a introdurre delle pause adeguate in modo da contrastare il sovraccarico, a gestire separatamente il lavoro e la vita privata. A livello relazionale è importante facilitare il rafforzamento della socialità e dei contatti con amici e familiari, così da creare un meccanismo di compensazione rispetto ai sentimenti di sovraccarico e frustrazione percepiti nell’ambiente lavorativo. Da un punto di vista interno alla realtà organizzativa è importante puntare invece al rafforzamento del senso di squadra, alla creazione di un clima che sappia valorizzare le diversità, alla realizzazione di condizioni di lavoro capaci di favorire l’autonomia e il coinvolgimento nei processi decisionali. Infine, da un punto di vista organizzativo, è importante prevedere delle occasioni di formazione per gli operatori, tali da rafforzare il loro senso di competenza e professionalità, oltre che degli incontri con il personale dei diversi livelli per fluidificare i rapporti, facilitare i flussi di comunicazione e risolvere le conflittualità.


Dott.ssa Anna Rossi
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

Dott.ssa Anna Rossi
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Calabria

Iscritta dal 2007 all’Albo degli Psicologi della Regione Calabria n. 1052
Laureata nel 2005 in Psicologia, indirizzo psicologia del Lavoro
P.I. 02638050803

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